Autismo: cos’è

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Autismo: l’importanza della relazione fin dal primo anno di vita

L’autismo è da sempre stato un argomento molto discusso da neurologi, psichiatri e psicoanalisti.

In letteratura si è assistito, a partire da studi della prima metà del ‘900, ad un proliferare di svariate teorie che ne spiegassero le cause: si è passati da una posizione che riteneva come causa principale un ipotetico “rapporto inadeguato” con la madre (la cosiddetta “madre frigorifero”), assolutamente superata, ad una maggiore attenzione alle cause neuropsichiatriche che interessano la funzione cerebrale. Non è ancora possibile, però, affermare con chiarezza la sua eziologia.

Mentre gli studi continuano, è necessario comunque chiedersi in cosa consiste essere un soggetto autistico e rendersi conto di come la relazione renda umani. Come dice un 1495134_674082106044772_4769175031516312978_oragazzo affetto da tale disturbo “noi autistici non siamo uguali in tutto, anche voi non siete tutti uguali. Io ho cominciato a parlare quando avevo 8 anni e e ho imparato con l’amore di mamma e papà. Abbiamo bisogno di amici perchè serve ad aiutarsi a vicenda e a divertirsi insieme”. E’ fondamentale dunque, dare la possibilità al bambino, soprattutto quando autistico, di relazionarsi con il suo mondo e sentirsi partecipe all’interno di esso.

Cosa si può fare, allora? E’ possibile aiutarli a migliorare la loro capacità relazionale e interpersonale e farli sentire socialmente appagati?

Una recente ricerca americana condotta su minori di 12 mesi ci rivela il ruolo fondamentale che hanno i genitori nella riduzione di questi sintomi semplicemente cambiando il modo di giocare e interagire con loro.

In un piccolo studio pilota, pubblicato sul “The Journal of Autism and Developmental Disorders” e riportato sul “The Huffington Post” (ottobre 2014) l’autrice, Sally Rogers, docente di psichiatria e scienze comportamentali presso l’Università della California e il Davis Mind Institute, ha cercato di sviluppare degli strumenti utili per professionisti e genitori in modo da aiutarli ad individuare i primi sintomi del disturbo in bambini con meno di 12 mesi. I segnali di allarme che i genitori devono imparare a cogliere nei loro figli sono “assenza di un contatto visivo buono e rigoroso in bambini di 3 mesi, assenza di reciprocità, assenza di imitazione prima dei 6 o 7 mesi, assenza delle diverse espressioni facciali a 6 o 7 mesi e assenza di vocalizzi a 10 o 11 mesi”.

Il trattamento basato sul cosiddetto “Early Denver Start Model” (Rogers), ha puntato ad incrementare l’attenzione dei neonati sui volti e le voci dei loro genitori e ad insegnare a questi ultimi come utilizzare i giocattoli per stimolare socialmente i loro bambini, ottimizzando l’impegno in vari modi. La ricerca ha dimostrato che i papà e le mamme “di bambini con disturbo dello spettro autistico hanno eccellenti capacità genitoriali, tuttavia per loro non è facile ottenere un feedback”. Gerard Costa, direttore del Centro per l’autismo e la prima infanzia presso il ‘Montclair State University’ ha concluso: “L’intervento precoce può fare una differenza enorme. Il cervello infantile cresce a un tasso che non ha eguali a partire dall’ultimo trimestre di gravidanza e nei primi due anni di vita. Questo studio dimostra che gli interventi più critici devono concentrarsi proprio sulle relazioni umane e sull’impegno”. I risultati di qeusto studio mettono in luce come “I bambini in trattamento che hanno mostrato già a 9 mesi significativi sintomi di autismo rispetto a quelli nei gruppi di confronto, hanno ottenuto un punteggio (dai 18 ai 36 mesi) sostanzialmente inferiore rispetto a quello registrato dai minori che non avevano subito il trattamento”.

In conclusione, un intervento che miri a rassicurare e sostenere il genitore e offra strategie utili per coinvolgere i figli, fin dai primi sintomi mostrati, è di estrema utilità per lo sviluppo di maggiori capacità relazionali del piccolo.