La costruzione dell’identità nel bambino immigrato: l’importanza della relazione

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Il benessere si configura come una gamma di condizioni di vita in grado di garantire stabilità ma anche di determinare una realizzazione delle potenzialità o delle “capacità”.  Il bambino non può più essere considerato come un soggetto passivo: i bambini sono persone che entrano sin da subito in relazione, con il mondo e con gli altri, come soggetti attivi; ciò è sempre più ampiamente documentato da ricerche che stanno definitivamente distruggendo la vecchia concezione del bambino come “non ancora adulto” e quindi con capacità estremamente limitate. Considerare il bambino come persona e come soggetto attivo nelle relazioni significa che non soltanto, per il benessere del bambino, debbono essere garantite la sicurezza e la stabilità del contesto, ma che si deve tutelare e rispettare quella soggettività sia riconoscendola, sia promuovendo interventi atti a proteggerla ed a permetterle di svilupparsi.

La costruzione dell’identità

L’identità non è tanto un attributo del singolo individuo quanto una relazione tra soggetti.

I minori stranieri vengono a contatto, nel nuovo Paese, con un ambiente diverso, un’altra lingua, altre regole sociali. Il loro disorientamento può essere ricondotto a tre aree di cambiamento: linguistico, dello spazio geografico e del corpo.

L’identità è innanzitutto una questione di “collocamento della frontiera”. Essa è costituita dalla separazione. L’opposizione classica tra “noi” e “loro” è una delle dimensioni fondamentali di ogni identità. Ma questa frontiera non solo è instabile e mutevole, ma è anche un gioco di conflitti e lotte fra gruppi e attori sociali. L’immigrato è doppiamente colpevole d’appartenenza e di tradimento: appartiene al suo gruppo d’origine senza appartenervi e reciprocamente appartiene alla società d’accoglienza senza neanche farne parte. Introduce la diversità sia all’interno della società nazionale che all’interno della comunità etnica.

I problemi di identità provocano difficoltà comunicative, non solo di tipo linguistico, e rendono difficile al bambino straniero esprimere la sua diversità e il possibile disagio che ne consegue. Questa posizione fa sì che il corpo sia spesso il suo canale di espressione più immediato. 

Si chiede in genere ai minori immigrati di adattarsi in fretta e di trovare il proprio posto all’interno di riferimenti, regole esplicite o implicite, routine quotidiane comuni e sedimentate. Si chiede loro di apprendere rapidamente l’italiano e di esprimere, attraverso nuove parole, pensieri, eventi, concetti e riflessioni. Le aspettative familiari e della scuola premono affinché la fase di adattamento sia veloce, ridotta nel tempo, autogestita e il periodo di disorientamento sia silenzioso e invisibile.

Negli studi sulla migrazione infantile, viene utilizzato di frequente il concetto della vulnerabilità che starebbe ad indicare uno stato di minore resistenza a fattori nocivi ed aggressivi. Una variazione, interna o esterna, del funzionamento psichico del bambino vulnerabile è tale da provocare una significativa disfunzione, un dolore intenso, un arresto o uno sviluppo minimo delle sue potenzialità. Questa fragilità si manifesta sul piano psicologico attraverso sensibilità o debolezze, reali o latenti, immediate o differite, stagnanti o esplosive. Il concetto di vulnerabilità sta ad indicare un rischio, ma anche una possibilità, sottolineando la responsabilità e il ruolo della famiglia e dei servizi nel creare le condizioni che prevengano ed attenuino tale rischio. Questo termine non può essere compreso appieno se non viene messo a confronto con il suo opposto, la resilienza, che indica proprio la capacità di resistere, di difendersi, e di reagire. Alcuni bambini sembrano sviluppare risorse interne straordinarie per far fronte ad eventi e sfide imprevisti.

La migrazione può dunque essere un’opportunità o una fatica; le ipotesi identitarie cui il minore viene sottoposto possono essere riassunte in 4:

1. Resistenza culturale: fa riferimento alla cultura e all’identità etnica originaria proposta dai propri genitori che vanno dalla lingua alla cucina, dall’abbigliamento al modo di comportarsi in società, ecc. Evidenti sono però i rischi della totale assimilazione di questi, che può finire per far sentire i minori sempre e comunque “stranieri” nel Paese d’arrivo, anche dopo che vi hanno trascorso diversi anni di soggiorno.

2. Assimilazione: consiste nell’aderire pienamente alla proposta identitaria che gli viene dalla società d’arrivo e rifiuta, anzi rinnega, tutto ciò che ha a che fare con la cultura d’origine. Il problema che spesso accompagna un processo di assimilazione è un acceso conflitto con i genitori, percepiti in genere dai ragazzi come degli sconfitti, dei perdenti. Molti studiosi hanno sottolineato come questo processo comporti una perdita di riferimento per il minore, con la conseguente momentanea crescita dell’insicurezza. Un altro rischio è che il minore accetti con rassegnazione l’impossibilità ad essere assimilato, rinunciando alle aspettative iniziali e accontentandosi di ottenere obiettivi meno gratificanti.

3. Marginalità: rappresenta la condizione più frequente tra i minori stranieri. Anzi, in molti studi, è considerata la loro condizione “naturale”. Si tratta di minori che vivono fuori, spesso ai margini, sia della cultura d’origine sia di quella d’arrivo, incapaci a proporre una reale proposta identitaria alternativa. Sono coloro che non si sentono di appartenere ad alcuna delle due culture, che si collocano passivamente tra entrambe, incapaci a scegliere tra l’affetto familiare e il fascino dell’emancipazione.

4. Doppia eticità: è il frutto di un lento, ma profondo lavoro analitico, in cui l’identità viene formata dal continuo confronto tra i due “mondi”, la famiglia e la società d’arrivo. In tal modo, il minore riesce ad avere un’identità formata dall’armonizzazione e integrazione dei valori delle due differenti culture, a cui si sente di appartenere ugualmente. In genere, la doppia etnicità è considerata la soluzione migliore, perché permette al minore un maggiore equilibrio ed una maggiore capacità critica. Le parole del codice materno, della lingua degli affetti strutturano il sé bambino e costituiscono una sorta di “pelle” degli individui. Essa innerva la propria vita psicologica, i nostri ricordi, associazioni, schemi mentali, per cui è positivo mantenere e sviluppare la lingua materna, aiuta lo sviluppo cognitivo del bambino immigrato e facilita il successo scolastico.

E’ nel continuo confronto tra uguaglianza e diversità e tra ciò che è percepito come espressione della propria esperienza individuale e ciò che invece viene proposto o indotto dall’ambiente sociale che si forma l’identità.

L’identità etnica quindi è una sorta di risorsa a cui l’individuo fa riferimento quando ne sente la messa in discussione, o, più correttamente, quando sente il disagio di avere a che fare con la proposta di un’altra identità, con valori diversi da quelli che l’individuo ha assimilato nel suo processo di socializzazione. In altri termini: scopre la propria “identità” quando diviene minoranza.

I bambini nel corso della loro socializzazione, devono confrontarsi con diverse ipotesi d’identità etnica: quella originaria, quella del paese d’arrivo, quella che nel paese d’arrivo è ritenuta l’etnicità presente nel paese di partenza, quella che la famiglia ritiene essere l’etnicità del paese d’immigrazione. Di fatto ogni scelta, se non adeguatamente mediata e gestita, rischia di compromettere seriamente il processo di integrazione dei bambini stranieri. Ne deriva una situazione con notevoli rischi di disagio, che i soggetti spesso si trovano ad affrontare da soli e dove difficile è anche trovare soluzioni alternative. E’ forse per queste constatazioni che in genere gli studiosi definiscono la seconda generazione di immigrati, la generazione del “sacrificio”, quella cioè che paga maggiormente i costi psicologici dell’immigrazione, senza riuscire ad ottenerne i benefici, come invece avviene per la terza e soprattutto per la quarta generazione. 

 In conclusione, la migrazione è per tutti un evento cruciale, da non sottovalutare, da preparare con cura, poiché segna l’avvio di un nuovo capitolo nella storia familiare e l’inizio del nuovo viaggio nel mondo che li accoglie. Viaggio da sostenere nelle sue tappe, da facilitare nelle conquiste e da aiutare nelle soste, poiché comporta per i minori che ne sono coinvolti fatiche aggiuntive, ostacoli e sfide da superare. Il minore si trova nella necessità di dover risolvere al più presto il complicato rapporto con il proprio passato e con il paese d’origine, anche se nato nel paese in cui si trova a vivere. La costruzione dell’identità di questi bambini coinvolge nel suo processo soggetti che appartengono a mondi culturali ed etnici differenti. Questo implica che ai bambini stranieri o di origine straniera non è concessa la possibilità di avere un’unica identità etnica, proprio perché l’esperienza migratoria, sia diretta che indiretta rappresenta per loro un elemento di lacerazione identitaria.

 

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